Cenni storici Torre di Barbaresco

La storia della Torre di Barbaresco è lunga e affascinante. Non sappiamo tutto e quindi molti passaggi storici ci sono ancora oscuri. Su altri si è fatta luce proprio durante i recenti restauri che hanno quindi permesso di completare, almeno in parte, la storia di questo imponente monumento. Certo è che la Torre, così come la si vede oggi, è solo l’ultima versione di una costruzione che nel corso dei secoli ha conosciuto numerose modifiche.

La torre si erge imponente con i suoi 30 metri di altezza, dominando la vallata del Tanaro, naturale confine tra le colline della Langa e quelle del Roero. A base quadrata, è realizzata in opera di laterizio, e sorge su un basamento di pietra arenaria sull’ultimo lembo della rocca di Barbaresco.
In cima persistono ancora resti dei merli che formavano al tempo della realizzazione una corona.

Periodo Romano

Non si è in grado di escludere che già in epoca romana la rocca di Barbaresco ospitasse un posto di guardia, vuoi per l’importanza che Alba aveva dal I sec. d.C., vuoi per la rete di strade che ne attraversava il territorio e soprattutto per la nascita dell’Imperatore Publio Elvio Pertinace proprio in questi luoghi. La collina che oggi chiamiamo “Barbaresco” era al centro di numerosi traffici mercantili, attraversata da importanti vie e posizionata vicino a un fiume Tanaro allora navigabile.

È vero però che i romani non abitavano i luoghi alti ma preferivano sempre edificare un  di pianura che poi diventava col tempo un centro abitato. Non avendo nemici se non alle frontiere (in continua espansione per molto tempo) l’utilità di un posto di guardia non era così evidente.

Può darsi che però nel tardo Impero, quando le invasioni e le scorrerie dei barbari divennero più frequenti si rese necessario utilizzare la rocca di Barbaresco come punto di avvistamento ma sono solo ipotesi senza nessuna prova. In ogni caso, con la calata dei Visigoti di Alarico e poi delle altre scorrerie barbariche, che segnano la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (496 a. C.), anche il luogo di Barbaresco, la città di Alba e le Langhe caddero in rovina.

È certo che il luogo di Barbaresco acquisì l’attuale toponimo durante questi lunghi secoli di lotte e saccheggi in cui, con buona probabilità, si perde ogni traccia della civiltà romana, riportando queste colline ad una “Barbarica Silva” (foresta dei barbari).Toponimo dal quale, probabilmente, deriva il nome della città di Barbaresco.

La nascita del comune di Alba e la prima torre

Il primo documento che attesta la presenza di una torre a Barbaresco risale alla fine dell’XI secolo. La posizione strategica di Barbaresco fu ritenuta così importante da  parte del neonato Comune di Alba da far rientrare il borgo (il ricetto più il piccolo villaggio di capanne antistante) nei suoi confini territoriali.

ll Comune di Alba nasce nei primi decenni del XII secolo e verso il 1179-1181 inizia ad acquisire diritti patrimoniali e giurisdizionali nel contado. Nel 1198, entrando in possesso del castello di Barbaresco, come di quello di Farigliano, e poi, nel 1200 e negli anni successivi, con l’acquisizione di quelli di Guarene (a. 1200), di S. Vittoria (a. 1207) e via via di numerosi altri, manifesta con chiarezza l’intento di organizzare un piano di difesa e consolidamento del distretto che si sta costituendo.

Questa seconda fase strategica messa in atto dal Comune albese implica interventi diretti sulle strutture fortificate acquisite, come è documentato avvenire nel 1207 a S. Vittoria, nel cui castello si costruisce una torre, o nello stesso luogo di Barbaresco, dove nel luglio del 1222 Alba si accinge a rinnovare l’apparato difensivo del castello (che non era altro se non un proprietà condivisa da diversi signori, con stanze e pertinenze in comunione) e a costruire una non meglio definita “novam operam”.

Il 300, i Visconti e la nuova torre

L’attuale Torre è il risultato di una nuova e più moderna “fabbrica” trecentesca che ha modificato radicalmente l’aspetto del ricetto e del “castrum” fortificato, ponendo anche le basi per un maggiore sviluppo del paese stesso.

Che cosa è successo dunque? E quando e da chi è stato fatto? Le considerazioni che possiamo fare non sono purtroppo di natura storica, perché non abbiamo documenti a riguardo, ma di natura prettamente architettonica.

Nello specifico sono stati studiati il rudere che si trova ai piedi della torre, l’inusuale altezza dell’ingresso, il materiale e le tecniche di costruzione.

I risultati degli studi confermano ciò che già si pensava in passato e cioè che la nuova Torre di Barbaresco è stata eretta sfruttando la precedente Torre esistente che oggi ne costituisce l’anima (unitamente alla roccia della collina) per tutta la parte “piena” (quota 13-15 metri).

L’edificazione di muri anti mine, il ri-uso del materiale precedente e la creazione di un’ampio spazio tale da ospitare una guarnigione per le nuove esigenze militari, tutte queste considerazioni collocano la costruzione della nuova Torre non prima della metà del XIV sec.

Nel 1347 i Visconti, signori di Milano, pongono fine al dominio angioino ma nel 1356 ritornano per due anni i marchesi del Monferrato e quindi ancora i Visconti fino al 1369. Dopo, i Marchesi del Monferrato (e i Gonzaga loro eredi) tengono Alba per quasi due secoli, fino al passaggio di gran parte del Piemonte ai Savoia nel 1631.

L’aspetto dell’abitato di Barbaresco nel XV sec. era dunque già molto più vicino all’attuale , con una fortezza imponente che ha spianato quasi tutta la punta della collina (e quindi anche i resti dell’antico “castello” e le preesistenti mura di fortificazione) chiusa dalle mura del ricetto (probabilmente invece rinforzate a loro volta), con un villaggio che si estendeva sul crinale della collina, forse protetto da un secondo giro di mura all’altezza dell’attuale castello secentesco, il tutto munito di fossati e spalti.

Questa iconografia è quella che si ritrova ancora oggi, usando un po’ di fantasia, guardando il paese dal piano della Cà Nova.

I Gonzaga

Dopo il 1369 il Marchesato del Monferrato (dinastia dei Paleologi) ottenne definitivamente questa parte di Piemonte dai Visconti (con cui restò però sempre in guerra) e iniziò anche una serie di lotte con i Savoia per il controllo sulla fiorente area di traffici tra Alpi e Appennini e Pianura Padana.

Ma nel 1432 il Marchese Gian Giacomo fu sconfitto da Amedeo VIII e il Marchesato divenne per lungo tempo uno stato vassallo dei Savoia.

Ma con l’estinzione della linea dei Paleologi nel 1533 per successione il Marchesato passò ai Gonzaga (con arbitrato dell’Imperatore Carlo V di Spagna) per un secolo. Il governo dei Gonzaga procedette durante questo tempo ad un riordino delle fedeltà locali con corposi interventi di ricognizione a scopo fiscale e con la promozione di nuovi patriziati urbani nel tentativo di amalgamare le vecchie élites con la nobiltà mantovana di servizio.

Ed è durante questo riordino che Barbaresco viene nuovamente coinvolto in un fatto importante. Infatti un documento attesta che il territorio di Barbaresco, dopo secoli di unione al distretto albese,  nel 1593 venne scorporato e dato in feudo ai fratelli Ottavio e Silvio Belli e nel  si citano. “la terra et luogo di Barbaresco, distretto d’Alba, col distretto d’essa terra, con la torre, porte, fossi, siti, muraglie et altre cose pertinenti”.

Quindi sappiamo che due secoli dopo le opere dei Visconti, la rocca di Barbaresco era ancora munita di Torre (ovviamente), fossati, muraglie e fortificazioni, pertinenze e porte (il che fa pensare che esistessero ancora entrambe le cinte murarie).

I Savoia

Con la Pace di Cherasco del 1631, il Monferrato e quasi tutto il Piemonte entrarono a far parte del Ducato di Savoia, mentre i Gonzaga-Nevers si insediarono sul trono mantovano.

I Savoia organizzarono i nuovi territori in province e una di queste divenne proprio Alba che ritrovava così l’importanza persa durante il periodo gonzaghiano. Nel 1667 il Duca Carlo Emanuele II di Savoia, per 500 scudi, rivendette ad Alba il feudo di Barbaresco (con le solite promesse di futura inalienabilità) ma pochi anni dopo (nel 1694) suo figlio Vittorio Amedeo II, sempre alla ricerca di nuovi finanziamenti, investì dello stesso feudo la famiglia dei Galleani che, per Barbaresco e Canelli, pagò ben 50.000 lire.

I Galleani erano dei commercianti (o meglio proto-industriali tessili) che coronarono la loro carriera con un titolo comitale.

A loro si deve a Barbaresco la costruzione della nuova parrocchiale (1718) e del loro importante Palazzo (chiamato impropriamente Castello).

Con l’ingresso dei Galleani è probabile che le fortificazioni di Barbaresco, ovvero quelle sopravvissute ai conflitti dei secoli precedenti, come il ricetto, le mura e i fossati, venissero smantellate e in luogo del ricetto fu edificata la parrocchiale.

Nello stesso momento il Castello-Palazzo dei Galleani venne edificato in luogo del corpo di guardia delle mura esterne, inglobandone parte delle strutture, come ancora si può notare sul muro antistante via Torino.

Il grosso delle case del paese deve essere stato costruito in questo periodo, utilizzando il materiale edile di recupero dalle fortificazioni smantellate, come è accaduto in tantissimi altri borghi medioevali.

La Torre, che da allora viene legata alla proprietà del Palazzo-Castello, cade progressivamente in disuso.

L’800 e il 900

Al periodo post Napoleonico si fa riferimento per una leggenda infausta legata alla Torre.

Pare che per festeggiare la Restaurazione e il ritorno dei Savoia, in occasione della sosta di Vittorio Emanuele I (a Govone) venisse acceso un fuoco proprio in cima alla Torre. Purtroppo il fuoco si attaccò al tetto di legno distruggendolo irrimediabilmente.

Da allora pare che la Torre sia rimasta senza copertura e questo, insieme all’abbandono generale del monumento, ha prodotto danni sensibili.

Nel frattempo nel 1821, Paolina Galleani cede all’avv. Carlo Rocca il Palazzo e la Torre.

Un fatto importante avviene il 25 febbraio del 1865 con l’apertura della linea Cavallermaggiore-Bra-Nizza-Alessandria e quindi la costruzione della Stazione di Barbaresco: il treno avvicinerà il piccolo borgo rurale ad un mondo molto più grande che era nato da poco: il Regno d’Italia (1861).

Quando nel 1894 il prof. Domizio Cavazza rileva dalla fam. Rocca il Palazzo-Castello (e quindi anche la Torre) essa versa già in cattivo stato, anche se la volta della seconda stanza era ancora in piedi, stando alle ricerche che lui stesso effettuò all’interno.

Un’altra data importante è proprio quella del 1894, quando il prof. Cavazza con altri quattro soci fonda la Cantina Sociale del Barbaresco, proprio nelle cantine del Palazzo-Castello, legando per primo il nome del paese a quel vino Nebbiolo così speciale e conteso sui mercati dell’uva. Cavazza si spegna a Barbaresco nel 1913 e riposa nel piccolo cimitero del paese, acclamato “Padre del Barbaresco”.

Il ‘900 vede un ulteriore peggioramento della Torre con l’abbandono anche del poggio circostante. Castello e Torre vengono ceduti dagli eredi Cavazza e dopo vari passaggi diventano di proprietà della Distilleria del Castello, fondata da due noti produttori di Neive, Bruno Giacosa e Italo Stupino. Intanto, nel corso del secolo, la volta superiore esposta alle intemperie, e forse lesionata da un fulmine, è crollata all’interno, coprendo di macerie il sottostante ambiente.

La torre oggi

La Torre diventa finalmente di proprietà comunale nel 1982, con Sindaco Ardito.

È un atto di acquisto simbolico che il Comune effettua dai precedenti proprietari – Stupino e Giacosa di Neive – che effettuano anche una donazione per iniziarne i restauri. Dalla descrizione dell’architetto Piacentino, che si offrì di effettuare gratuitamente un primo rilievo per poter stendere un progetto di intervento, ecco come appariva il sito in quel lontano 1982, ovvero trentatré anni prima che la Torre restaurata venisse finalmente restituita alla comunità e allo stato italiano.

“Era difficile raggiungere perfino la base, in quanto i rovi e il gerbido di decenni creavano un intrico impossibile da attraversare. Iniziammo a pulire quindi l’area antistante liberandola da gaggie e rovi. Poi si raggiunse la base della Torre che, seppur invasa di rampicanti ed erbacce, conservava un aspetto ed una struttura mirabili, a dimostrazione della perfetta opera di costruzione con materiali e maestranze di prim’ordine che venne fatta così tanti secoli fa. Ci arrampicammo alla bell’e meglio sfruttando buche e appigli perché non c’erano ponteggi né scale a disposizione ed entrammo dentro. La luce filtrava dal tetto scoperchiato e il pozzo all’ingresso era completamente pieno di guano. Vecchie travature e scale a pioli pendevano ovunque tra il controluce delle finestre, la polvere, le piume e i volatili che se ne svolazzavano ovunque. Il livello superiore si presentava come un cumulo di macerie, una specie di montagnetta (ancora non riesco a credere che il crollo non abbia distrutto la volta sottostante) coperta di terra portata dal vento, guano di piccioni e rottami della volta. Su questo fertile terreno era cresciuto un ciliegio che anno dopo anno si era spinto oltre il limite delle mura, che sono sette-otto metri più alte, svettando con una bella chioma visibile da tutto il paese. Stiamo parlando quindi di una pianta di 10-12 metri, sicuramente amato rifugio degli stessi volatili che le consentivano di sopravvivere.

I primi lavori prevedono dunque l’abbattimento della pianta e la rimozione di macerie e guano. Per fare questo il comune acquista (con i soldi della donazione Stupino-Giacosa) e fa montare (a spese di Ardito stesso) un ponteggio per entrare nella torre regolarmente. Questo è l’ingresso che conoscono tutti i ragazzi (ed ex-ragazzi del paese) che, in maniera rocambolesca e sempre senza nessun permesso, sulla Torre si sono arrampicati di nascosto per decenni.

Poi con un primo finanziamento direttamente dal Ministero dei Beni Culturali viene realizzata una nuova copertura della Torre che ne arresta il degrado e mette in sicurezza il bene. La copertura progettata dall’architetto Giovanni Rocca è tuttora quella in uso a riprova della qualità dell’intervento degli anni ‘80.

L’area presa in considerazione per un riordino funzionale della Torre era inizialmente quella del Belvedere ma a metà lavori l’alluvione del 1994 ha stravolto tutti i programmi.

Negli anni a seguire è iniziato un colossale lavoro di consolidamento dell’intera collina di Barbaresco interessata da fenomeni di erosione prodotti proprio dal fiume. Contestualmente si verificava che la Torre pur nella sua stabilità aveva una leggera pendenza verso valle e la Regione Piemonte autorizzava un fondamentale sostegno economico per la messa in sicurezza dell’intera area con micro-palificazioni perimetrali dell’antico poggio medioevale.

Con il nuovo millennio il lavoro strutturale viene terminato e l’area del Belvedere è sistemata con un efficace intervento di bioingegneria che collega la rocca della Torre al bosco sottostante (la Tartufaia di Barbaresco) attraverso un sistema di scale e sentieri tra le rocche. Il secondo lotto d’intervento riguarda il garantire l’accesso non solo al Belvedere ma alla Torre stessa, con la realizzazione di quella che sembra una moderna macchina d’assedio all’antica fortezza.

Essa contiene non solo le scale d’emergenza ma pure un ascensore panoramico perché si è ormai deciso che il recupero della Torre dovrà prevedere la totale fruibilità turistica, segno evidente di un mutamento delle esigenze del paese. Barbaresco dal 1982 ad oggi ha conosciuto una crescita esponenziale di visitatori e di visibilità, e la Torre di tutto ciò è il monumento più visibile e più desiderato.

Il terzo lotto, terminato il 31 luglio 2015 con la grande riapertura della Torre e la restituzione del monumento alla comunità, definisce invece gli spazi interni e realizza il secondo ascensore in vetro per poter raggiungere la terrazza panoramica che svetta su tutte le colline di Langhe, Roero e Monferrato, quelle stesse colline entrate a far parte del Patrimonio dell’Umanità per l’UNESCO come Paesaggio Culturale il 20 giugno 2014. La Torre oggi è così diventata, nella sua essenza, la perfetta sintesi di cultura, storia e paesaggio.